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Le prime testimonianze relative alla presenza umana nel territorio di Salve sono state rintracciate all’interno di Grotta Montani, situata nell’omonima località, e risalgono al Paleolitico medio (70.000 anni fa). All’interno della grotta sono stati recuperati un centinaio di strumenti in pietra, utilizzati dall’uomo di Neanderthal per svolgere le proprie attività quotidiane e oltre 4200 reperti faunistici riferibili ad elefanti, rinoceronti, cavalli, cervidi, orsi, cinghiali, iene ed ippopotami.

Le evidenze archeologiche attribuibili al Paleolitico superiore (35.000 – 10.000 anni fa), quando i Neandertaliani, dopo circa diecimila anni di convivenza, cedono il posto all’Uomo Sapiens, sono state rinvenute in località Spigolizzi dove sono state raccolte decine di strumenti in selce e in calcare riferibili ad una frequentazione del pianoro a periodi differenti del Paleolitico medio e superiore.

A poco più di un chilometro di distanza, in località Sorgente Pozziche, è stato recentemente individuato un riparo sottoroccia sulla cui superficie sono stati rinvenuti più di trecento strumenti in selce, in associazione con resti fossili di fauna pleistocenica, e un’interessantissima pietra di calcare locale che reca delle incisioni lineari e geometriche su una faccia. È molto difficile dare un’interpretazione al significato espresso da tali segni incisi oltre 10.000 anni fa da un ominide la cui mente iniziava ad approcciarsi alle prime manifestazioni artistiche e simboliche, al di la del loro significato pratico, ornamentale piuttosto che spirituale e religioso.

Il tempo trascorre inesorabile e quattromila anni dopo, in un luogo celato e quasi inaccessibile che, proprio per la sua misteriosità, è stato oggetto di culti primordiali e non ancora decifrati. Si tratta di un dipinto, di probabile fattura neolitica, realizzato su una parete di una cavità che si apre sul medesimo costone di roccia di Grotta Febbraro, in località Macchie don Cesare, che prende anch’essa il nome del proprietario del fondo in cui è ubicata, Marzo. Le due figure in ocra rossa, sopravvissute dalla mano distruttrice dell’uomo e dagli agenti atmosferici, trovano uno stretto confronto con quelli ben più celebri della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, vicino Otranto. La fantasia di ogni singolo visitatore trova terreno fertile per interpretare l’arcana mente dell’ignoto “artista” neolitico.

Nell’età dei Metalli l’uomo primitivo, che si è evoluto culturalmente e spiritualmente, inizia a praticare il culto dei morti; in località Macchie don Cesare sono stati scoperti tumuli funerari perfettamente conservati, risalenti a circa 4500 anni fa. Il gruppo umano dell’età del Rame e del Bronzo aveva l’usanza di deporre i defunti all’interno di una cassa delimitata da lastre di pietra o di cremare i corpi in una struttura di combustione, i cui resti poi venivano raccolti e conservati all’interno di piccoli vasi. Entrambe le tipologie di rito funerario sono attestate all’interno della medesima struttura megalitica, e ciò è la dimostrazione di come nella Protostoria salvese convivevano differenti tipologie funerarie.

Mille anni dopo venne eretto un monumento megalitico di particolare importanza per dimensioni e forma: si tratta del dolmen denominato Argentina – Graziadei, a due passi dalla litoranea che conduce a Leuca, sopravvissuto per caso all’espansione urbanistica della Marina di Pescoluse.

Il dolmen costruito circa 3500 anni fa presenta alcune peculiarità che lo distinguono da altri monumenti coevi, come la sua struttura ipogeica (scavata nel banco di roccia, dove è stata ricavata, nel fondo, la fossa funeraria) e apogeica (costituita da grandi lastre) e la sua apertura rivolta ad ovest anziché ad est.

Dalla Protostoria si passa all’età storica e dal mare si risale nell’entroterra, fino a raggiungere località Fano, misteriosa e affascinante contrada che si caratterizza per la presenza di due canaloni naturali, Fano e Tariano, che la delimitano ad est e ad ovest, ricchi di acqua sorgiva che ha attratto i gruppi umani a partire dalle prime fasi di frequentazione del territorio.

Secondo la tradizione orale ai Fani è esistita una cittadella di nome Cassandra, dove i suoi operosi abitanti – dediti alla produzione di olio e vino – potevano avvalersi di un mulino che macinava pepite d’oro e officiavano i loro culti in un tempio (fanum) pagano eretto laddove oggi sorge Masseria Serrazza. Cassandra, secondo la storiografia locale, avrebbe dapprima sostenuto una guerra contro i Tarantini (480 – 470 a.C.) da cui uscì vittoriosa, poi fu conquistata dai Romani (267 – 266 a.C.) e infine venne devastata e distrutta dai Goti nel 548 d.C.  

Approfondite indagini archeologiche, svolte da un’equipe di studiosi australiani hanno permesso di ricostruire le diverse fasi di frequentazione dell’insediamento, cinto da un circuito murario circa 2600 anni fa e abbandonato, definitivamente, 2500 anni fa, forse a seguito di una battaglia che ha visto scontrarsi (e uscire sconfitti) i nostri Messapi con i Magnogreci di Taranto. I pochi resti che si sono conservati e i reperti archeologici scoperti nel corso delle attività di scavo suggeriscono che qui, in un passato remoto, un gruppo di uomini e di donne viveva in un villaggio di capanne, coltivava la terra, portava in pascolo le greggi e scambiava prodotti e conoscenze con commercianti provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico i quali – probabilmente – rimanevano senza fiato nell’osservare il paesaggio mozzafiato che fa da contorno a questo luogo.

Poco distante dalla località Fano, in un fondo denominato Terramascia, circa 80 anni fa è stato rinvenuto un tesoretto monetale che constava – in origine – di un centinaio di monete coniate in diverse città greche e magnogreche, databili tra la seconda metà del VI secolo e il III secolo a.C. Questo monete sono custodite presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Le copie, invece, si possono vedere presso il Centro di Documentazione di Salve. La moneta più recente è un quadrigato della zecca di Roma datato al 250 a.C. circa. Ed è a partire da questo decennio che ha inizio il processo di romanizzazione della penisola salentina, culminato nel I secolo a.C. e che ha visto protagonista anche il territorio di Salve.

I Romani hanno lasciato evidenti tracce della loro presenza. Sulla costa, a Lido Marini, in una baia protetta dai venti installarono un piccolo approdo di cabotaggio, di cui sopravvivono esigui ruderi di strutture murarie, in associazione a migliaia di reperti ceramici visibili nelle sezioni erose dai marosi.

A   qualche centinaio di metri più a sud, nel tratto di mare antistante l’Isola della Fanciulla, giacciono numerosi relitti di navi onerarie romane che trasportavano merci per tutto il bacino del Mediterraneo e che impattavano – rovinosamente – sulle secche con tutto il loro carico di olio e vino contenuto nelle anfore stipate nelle stive.

Nell’entroterra, invece, sono state individuate una fornace per la produzione di laterizi in terracotta nel fondo del Canale Tariano e una fattoria rustica in località Trisciani, nei pressi della Masseria San Lasi, laddove gli storici locali tramandavano l’esistenza dell’antico Casale di San Biagio, risalente all’età messapica e distrutto – come Cassandra – dai Goti. Anche in questo caso le ricerche di superficie hanno dimostrato “solo” l’esistenza di una villa romana, la cui frequentazione è compresa tra l’età tardo repubblicana (II secolo a.C.) e quella tardo antica (fine VI secolo d.C.), quando la popolazione dell’entroterra, a causa dell’instabilità politica e sociale che si era venuta a creare a seguito del disfacimento dell’Impero romano, preferì rifugiarsi e trovare salvezza in un luogo più salubre, Salve per l’appunto, la cui sicurezza era garantita da una sorta fossato naturale (Orto Masciu) che permetteva un’ottima difendibilità da attacchi esterni – ossia invasioni piratesche provenienti dal mare – senza avere la necessità di erigere cinte murarie.

(testo di Marco  Cavalera, Ass. Cult. ARCHÈS)

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